FARINDOLA ANGOLO NATURALE DEL GRAN SASSO D'ITALIA


GEOLOGIA DELLA RISERVA NATURALE DEL VOLTIGNO – VALLE D’ANGRI

CASCATA VITELLO D'ORO.jpg (116434 byte)La Riserva Naturale del Voltigno - Valle d'Angri comprende il settore sud-orientale del massiccio del Gran Sasso e precisa­mente il tratto in cui la catena da un andamento WNW-ESE as­sume gradualmente una direzione N-S. Il paesaggio geomorfologico dell'area, largamente determinato dalla sua struttura tettonica, offre caratteri talora spettacolari e scenari di incomparabile bellezza. Si possono distinguere due settori prin­cipali: il primo, a settentrione, è costituito dal versante orientale della dorsale montuosa M. S . Vito (q. 1892) - M. Guardiola (q. 1808) - Ripa Rossa (q. 1670), il quale, delimitato a Sud dal profondo e grandioso Vallone d'Angora, degrada con tratti talora decisamente aspri verso l'alta Valle del F. Tavo; il secondo, a meridione, è caratterizzato dalla presenza della estesa dorsale montuosa M. Capo di Serre (q. 1771) - M. Meta (q. 1784) - M. Cappucciata (q. 1801) a SW, dalla suggestiva depressione tettonica interna di V. Voltigno nella parte centrale della Riserva, e da rilievi minori (M. Fiore, M. Morrone) sul margine orientale. L'area della Riserva Naturale di Voltigno - Valle d'Angri, come d'altronde tutta la catena del Gran Sasso, è costituita da rocce sedimentarie stratificate di natura quasi esclusivamente carbonatica (dolomie, calcari dolomitici, calcari e frana finissima o grossolana, calcari biodetritici con abbondanti frammenti di macrofossili, calcari marnosi, conglomerati marini, ecc.) di età compresa tra il Trias superiore (220 milioni di anni fa) ed il Miocene superiore (6 milioni di anni or sono). Si tratta di una successione stratigrafica di circa 3000 metri di spessore (questi 3000 metri di rocce non affiorano naturalmente tutti in un'unica area, ma in ogni vallone, in ogni versante, affiora solo uno "spezzone" di questa successione di strati) che costituisce una specie di gigantesco "libro", le cui pagine, cioè gli strati, ci parlano del susseguirsi nel tempo (dai 220 ai 6 milioni di anni fa appunto), nell'attuale area della Riserva, di svariati ambienti marini: da quello di acqua bassa con lagune, piane tidali, scogliere coralline, come l'attuale arcipe­lago delle Bahama (testimoniato dalle dolomie e dai calcari affioranti nell'area della dorsale M. Capo di Serre - M. Meta - M. Cappucciata), a quello di mare profondo (come indicano tutti i calcari detritici e marnosi affioranti nell'area M. S. Vito - M. Guardiola e ben visibili lungo la strada che da Rigopiano sale a Vado di Sole), a quello infine di tipo neritico-litorale. L'assetto tettonico dell'area, caratterizzato da estese monoclinali (succes­sione di strati immergenti nella stessa direzione con uguale pendenza), pieghe e faglie (fratture nella roccia con scorrimento relativo delle due parti a contatto), testimonia invece il secondo momento della storia geologica dell'area che inizia a partire dal Miocene superiore, poco più di 6 milioni di anni fa, e ci parla del sollevamento dei sedimenti fino alle attuali quote (orogenesi appenninica) e di deformazioni con pieghe, faglie e fratture dei vari strati rocciosi, mentre l’attuale aspetto morfologico è il risul­tato dei processi erosivi degli ultimi 2 milioni di anni.

E’ importante sottolineare il notevolissimo valore scientifico di quest’area dove, secondo numerosi ricercatori, esiste la principale chiave di lettura geologica di tutto il massiccio del Gran Sasso. È per esempio presente una formazione rocciosa costitu­ita da strati e banchi di conglomerati di origine marina di circa 6 milioni di anni fa, conosciuti in letteratura come "Conglomerati di Rigopiano" ed affioranti quasi esclusivamente nell'area della Riserva, notevolmente importante per il particolare significato paleoambientale e soprattutto tettonico. Tanto per fare un esem­pio, lungo l'alta Valle del F. Tavo (Gole di Fonno), molto evidente è la "discordanza angolare" fra gli strati suborizzontali dei "Conglomerati di Rigopiano" ed i sottostanti strati subverticali dei calcari cretacei. Ciò testimonia inequivocabilmente un primo sollevamento e piegamento dell'area verificatosi prima della deposizione dei conglomerati, i quali essendo a loro volta piegati e fagliati, testimoniano una seconda fase tettonica successiva alla loro formazione. Per quanto riguarda l'attuale aspetto morfologico, l'azione demolitrice e modellatrice degli agenti at­mosferici ha dato origine, a seconda della natura litologica e dell'assetto tettonico delle formazioni rocciose, a tutta una serie di morfologie (versanti ripidi a tratti strapiombati, vallecole, canaloni stretti e ripidi, torrioni, valli aspre e dirupate, profondi canyons, ecc.) tipiche dell'ambiente calcareo - dolomitico alpino. La confi­gurazione morfologica del paesaggio risente inoltre del modellamento imposto dai processi di dissoluzione carsica delle rocce calcaree. Fra le tipiche morfologie carsiche superficiali le forme più diffuse sono rappresentate da doline di varie forme e dimensioni (area del Rifugio Ricotta, ecc.), da "campi solcati" (solchi che intagliano i calcari formatisi per dissoluzione del carbonato di calcio da parte dell'acqua che scorre sulla superfi­cie rocciosa) riconoscibili per esempio a M. Guardiola ed a Rigopiano, e da depressioni carsiche chiuse a fondo piatto di dimensioni variabili e con forma generalmente allungata secondo la direzione dei sistemi di faglie ad andamento appenninico (NW - SE). Abbastanza frequenti sono anche le forme carsiche sotter­ranee quali: l'Abisso Rigopiano, l'Abisso Inferno e la Grotta del Lupo a Rigopiano; la Grotta dell'Eremita (M. Guardiola); l'Abisso di Valle Caterina. Il reticolo idrografico (cioè le linee di deflusso delle acque di scorrimento superficiale) è rappresentato quasi esclusivamente dal F. Tavo, la cui portata in questi ultimi anni è diminuita notevolmente fino a ridursi praticamente a zero durante le stagioni più siccitose. Nelle zone più elevate della Riserva, lo scorrimento delle acque all'interno dei valloni, dei fossi e della fitta rete di incisioni e depressioni, è un evento raro e localizzato, osservabile solo in occasione di intense e prolungate precipita­zioni atmosferiche. Le acque metoriche e di fusione delle nevi penetrano infatti facilmente nelle rocce calcaree fessurate e carsificate e vanno ad alimentare le falde idriche profonde che a loro volta alimentano le numerose emergenze idriche presenti nella zona della Riserva, come le sorgenti della Valle d'Angri e della Vitella d'Oro.

Dott. Leo Adamoli - Geologo, Comitato Scient. Naz. Lega per l'Ambiente

 

LA VEGETAZIONE

1 pag.jpg (161518 byte)La notevole estensione altitudinale del territorio di Farindola (si va dai 280 m. circa sul solco del Tavo fino ai 1892 m della vetta di M. S. Vito), la morfologia articolata, aspra e tormentata, soprattutto nella fascia montana, e la millenaria presenza dell'uomo, hanno favorito l'afferma­zione di una copertura vegetale che, come in un grandioso mosaico, è frammentata in un eccezionale campionario di tipi. E così pascoli, boschi, popolamenti igrofili, praterie carsiche, consorzi rupicoli e di forra, si avvicendano a campi, vigneti, prati, aree "marginali", com­ponendo uno dei più bei paesaggi della montagna abruzzese. In effetti questo territorio riassume i motivi fondamentali della tipica vegetazione appenninica, oltre a possedere peculiarità vegetazionali che lo rendono originale ed ancor più interessante. Non potendo descrivere analiticamente le varie forme di vegetazione presenti, prenderemo in considerazione, brevemente, gli aspetti più caratteriz­zanti, con particolare riguardo alle forme più mature e stabili, ripor­tando, nel contempo, le specie più significative dal punto di vista fitogeografico. Fino ad una quota di 800-900 metri la vegetazione forestale, molto frammentata, è costituita da boschi con prevalenza di querce caducifoglie, tra le quali domina nettamente la roverella (Quercus pubescens), a volte accompagnata dal cerro (Ouercus cerris). Il bosco misto di querce, che un tempo ammantava in modo quasi continuo la fascia collinare e submontana, è oggi frammentato in nuclei poco estesi insediati nelle aree non utilizzate dall'agricoltura (zone a forte pendenza, fossi, ecc.). Si tratta quasi sempre di boschi cedui, il cui sottobosco è molto luminoso e quindi favorevole allo sviluppo di un folto strato erbaceo nel quale prevale il falasco (Brachypodium rupestre). Sui versanti più freschi, particolarmente su substrati calcarei, il bosco è dominato dal carpino nero (Ostrya carpinifolia), al quale, in situazioni di maggiore mesofilia, come negli impluvi, si mescola il carpino bianco (Carpinus betulus). Altri alberi presenti nei querceti misti sono l'orniello (Fraxinus Ornus), l'acero oppio (Acer campestre), la rovere (Ouercus petraea), il sorbo comune (Sorbus domestica), l'acero opalo (Acer obtusatum). Nelle profonde incisioni del Tavo (Vallone d'Angri, solchi contigui e valli confluenti), in stazioni rupicole, sono accantonati nuclei di leccio (Ouercus ilex) e altre piante termofile, che sottolineano con la loro presenza le particolari condizioni microclimatiche delle rupi calcaree, favorevoli alla penetrazione di comunità mediterranee in zone termicamente adatte. Quello dei valloni è un ambiente spettacolare: ai popolamenti rupicoli fanno da cornice, lungo i fianchi meno scoscesi, le boscaglie di roverella, aceri, frassini, olmi, tigli, carpini, maggiociondoli, noccio­li. Frequentissimi sono, qui, i cornioli, generosi, alla fine dell'estate, di freschi e dissetanti frutti. Ed i primi nuclei di faggio assumono man mano, salendo di quota, la fisionomia di vera e propria faggeta. Lungo il solco del Tavo e dei fossi confluenti si affermano le tipiche comunità igrofile caratterizzate da salici e pioppi: salice bianco (Salix alba), rosso (S purpurea), ripaiolo (S eleagnos), appenninico (S. apennina), pioppo bianco (Populus alba) e nero (P nigra). Il bosco di faggio (Fagus sylvatica), che chiude la zonazione altitudinale della vegeta­zione forestale, è contrassegnato, alle quote inferiori, da aspetti di faggeta mista con diverse specie accompagnatrici come gli aceri, il cerro, i carpini, il maggiociondolo; in alcune zone sono presenti anche il tasso (Taxus baccata), il tiglio (Tilia platyphyllos), l'acero riccio (Acer platanoides). Più in alto, verso i 1400 metri, il faggio, con l'accentuarsi di un clima fresco-umido, diventa il dominatore incon­trastato. Ai margini del bosco è frequente la velenosa belladonna (Atropa belladonna) e nelle radure vegetano qua e là vistosissime colonie di peonie (Paeonia officinalis), mentre in molte località, come a Rigopiano, sempre a primavera, si susseguono le esuberanti fioriture dell'anemone gialla (Anemone ranunculoides). Un partico­lare cenno merita la conca carsica della Val Voltigno, ai limiti del territorio. Il fondo di questo piano carsico, cosparso di doline e uvale, è occupato da varie associazioni erbacee, come i pascoli acidofili a nardo (Nardus stricta) e, nelle depressioni con ristagni di acqua, gli aggruppamenti igrofili con brasche (Potamogeton natans), giunchine (Eleocharis palustris), ranuncoli acquatici (Ranunculus trichophyllis). Tra le entità di maggiore interesse presenti nei pascoli del Voltigno ricordiamo l'euforbia abruzzese (Euphorbia gasparrinii subsp. samnitica) ed il ranuncolo della Marsica (Ranunculus marsicus), endemiche dell'Abruzzo. Al di sopra della vegetazione arborea sono insediate forme residuali di vegetazione ed arbusti prostrati, il cui rappresentante più diffuso è il ginepro nano (Juniperus nana). Oltre il limite della vegetazione legnosa è il regno delle praterie culminali, vere e incontrastate protagoniste della vita vegetale dell'alta monta­gna. In questo difficile ambiente i forti venti, le basse temperature, le notevoli escursioni termiche giornaliere, il lungo innevamento e le intense radiazioni solari permettono, attraverso una severa selezio­ne, solo ad alcune comunità vegetali molto specializzate di affermar­si. Tra le forme di vegetazione erbacea di altitudine ricordiamo il seslerieto, pascolo discontinuo dal tipico aspetto gradinato, che si insedia sui versanti con suolo superficiale, poco evoluto e ricco di scheletro e che è dominato fisionomicamente da una Graminacea, Sesleria tenuifolia. Un pascolo molto evoluto e chiuso, relativamente poco diffuso, è il festuceto-luzuleto, dei suoli più profondi, caratte­rizzato dalla festuca a resta lunga (Festuca macrathera), dall'erba lucciola d'Italia (Luzula italica) e dai trifoglio di Thal (Trifolium thalii). Altri ambienti di altitudine di grande interesse botanico sono i macereti ed i ghiaioni, con molte forme di vegetazione pioniera caratterizzate dalla festuca appenninica (Festuca dimorpha), dalla dripide comune (Drypis spinosa), dal caglio della Maiella (Galium magellense), dal ciombolino abruzzese (Cymbalaria pallida), ecc. La maggior parte delle piante di questi ambienti sono rare e, di grande interesse fitogeografico: endemismi, relitti glaciali, specie al limite dei loro areali di distribuzione. Elencarle tutte sarebbe troppo lungo e perciò, a solo titolo di esempio, ricordiamo di esse solo il genepì appenninico (Artemisia eriantha), endemico centro-appenninico, la stella alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale), endemica appenninico - illorica, l'arenaria di Bertoloni (Arenaria bertolonii), endemica appenninica, la malcolmia di Orsini (Malcolmia orsiniana), orofita appenninico - dinarica, la genziana appenninica (Gentiana dinarica), distribuita sulle montagne sud-est europee, il glasto di Allioni (lsatis allionii,), subendemica del Piemonte e dell'Appennino centrale.

Pro f. Gian franco Pirone - Docente di Scienze Naturali - Fed. Naz.le Pro- Natura  

 

IL PATRIMONIO FAUNISTICO

2 pag.jpg (206649 byte)Nell'esteso territorio del comune di Farindola si riscontra una notevole diversità di ambienti, tra i quali i più rappresentativi sono quelli coltivati, fluviali, di boschi ed arbusteti termofili, di rupe, di pascoli di quota e forestali. Ciò è il presupposto per una diversificazione dalla componente faunistica, nonostante una parte del territorio, la corrispondente area montana del Gran Sasso, risulti faunisticamente penalizzata dalle vicende econo­miche ed ecologiche che si sono susseguite negli ultimi 100 anni. Spostandosi dall'abitato, che offre rifugio agli animali coinquilini dell'uomo (Rondoni, Balestrucci, Piccioni e Taccole) verso le zone coltivate ricavate dal bosco, è possibile incontrare ancora specie legate agli ambiti umani (Barbagianni, Assiolo, Civetta, Storno, Passero solitario, Averla piccola, Upupa, Gazza, Colombaccio, Tortora, Rigogolo, Gheppio, Fama, Donnola, Vol­pe, Riccio, Biacco) o quelle più in relazione ai boschi residui di Roverella del piano collinare, come il Cuculo, il Picchio verde, la Ghiandaia, il Rampichino, il Riccio, i ghiridi Ghiro, Moscardino e Quercino, il Tasso, la Lepre.

Man mano che ci si allontana dalle aree antropizzate si incontrano anche specie piuttosto rare o comunque d'interesse naturalistico. Lungo i corsi d'acqua popolati dalla Trota autoctona vivono la Ballerina bianca e quella gialla, la Biscia dal collare, il Picchio rosso maggiore, mentre Paridi, Silvidi e Fringillidi popolano la vegetazione arborea ripariale ed i boschi contigui. Sul Tavo, a monte degli insediamenti umani, vive e nidifica il Merlo acquaiolo, raro Cinclide indicatore di un ambiente fluviale piuttosto integro; fino a 15-20 anni fa vi viveva ancora la Lontra. In pozze laterali al fiume è stato trovato il Tritone crestato o la più comune Rana greca.

L'ambiente forestale è rappresentato da una larga fascia di Faggeta in formazione quasi pura, che si estende dal confine comunale con Arsita al Vado di Focina, in cui troviamo specie meno comuni, come l'Astore, la Martora, il Gatto selvatico o i più frequenti Allocco, Picchio muratore, Sparviero, Poiana, Scoiattolo, Salamandra pezzata e il Cinghiale, in verità ubiquitario tra la foresta montana e i boschi dell'alta collina.

Alcuni esemplari di Lupo da qualche anno fanno la loro fugace comparsa, mentre segnalazioni molto sporadiche ma degne di nota sono quelle riguardanti l'Orso bruno marsicano e il Capriolo. Nella gestione della Riserva Naturale "Voltigno - Val d'Angri" un'attenzione particolare dovrà essere posta alla possibilità di interventi che mirino alla stabilizzazione di individui del plantigrado che eventualmente si spingessero fin dentro l'area della Riserva ed alla reintroduzione dei Cervidi (Cervo e Capriolo) per ristabilire un anello della catena alimentare, quella dei grandi erbivori, che offriranno al lupo le prede sufficienti per distoglierlo dall'attenzio­ne per le greggi.

Ma forse è l’ambiente rupestre (Vallone d’Angora, Sassonia, la Rocchetta) quello che offre le presenze piu di pregio dell'intero territorio comunale, annoverando tra esse l'Aquila reale, il Falco pellegrino, il Gufo reale, il Picchio muraiolo, il Gracchio corallino, la Rondine montana, il Rondone alpino, il Piccione selvatico e la Vipera comune, solo per elencare i più rappresentativi di questo ambiente.

Al novero di queste presenze, ed alla varietà degli ambienti sopra ricordati, si aggiungono quelle degli ambienti di quota (pascoli e rocce nude) dove possiamo trovare il Culbianco, lo Spioncello, la Coturnice -nelle zone più basse-, mentre in vetta (M.te S. Vito, M.te Guardiola) si incontrano il Fringuello alpino, il Sordone, l'Arvicola delle nevi, la Vipera dell'Orsini.

Questi pascoli fino a 100 anni fa erano frequentati dal Camoscio, molto verosimilmente della stessa subspecie che oggi vive sui monti marsicani nel Parco Nazionale d'Abruzzo. Non si potrebbe fare un miglior auspicio che quello di vedere che nel prossimo decennio la gestione della Riserva possa attuare innanzittutto la reintroduzione di questo rupicaprino oltre a quello dei grandi Accipitridi (Gipeto-Capovaccaio) che il Lopez dava presente sul Gran Sasso tra il 1700 ed il 1800, per potersi affacciare, alle porte del terzo millennio, definitivamente riconciliati con la Natura.

Dott. Dario Febbo - Biologo, Coordinatore Progetto Parchi e Riserve della Regione Abruzzo

 

L’ACQUA

"Alli XV di luglio 1575 andai con un compagno a una Terretta cinque miglia lontane a Penna, detta Farinola, posta alle radici di altissime montagne, in un alto colle, sotto di cui corre gelidissimo il fiume Tavo, poco lontano dalle proprie fonti". Così padre Serafino Razzi, sacerdote domenicano, diarista e grande viaggiatore introduce, nella seconda metà del XVI secolo, il suo viaggio a Farinola (oggi Farindola), colpito, a primo acchitto, dalla gran copia di gelide acque.

Ma la prepotente presenza delle acque è testimoniata nella zona anche da un impressionante numero di idronimi, ossia nomi di località legati all'acqua o a fenomeni carsici in genere, come: Li Pisciarille, Le Cascatèlle, Fonte Creta, Fonte del Gallo, Fonte del Mulino, Fonte di Santa Lucia, La Cascata della Vitella d'Oro, la salita della Vitella d'Oro (strada di Farindola), le grotte di Santa Lucia, il mortaio d'Angri, "La Paiaricce", ecc. E, forse non a caso, l'acqua fresca e pura, cui è legata tutta la vita proto-storica, storica, agro-pastorale, mitica e rituale della zona, insieme col suggestivo paesaggio, hanno contribuito a far dichiarare la zona circostante Riserva Naturale Regionale.

Infatti all'acqua le plebi locali si rivolgevano fiduciose. Da essa traevano la forza motrice per azionare gli innumerevoli mulini idraulici disseminati un po’ dovunque lungo i corsi d'acqua. E alle acque salutari della Fonte di Santa Lucia ricorrevano le genti colpite da disturbi agli occhi, causati evidentemente spesso dal continuo riverbero delle nevi che qui allignano per parecchio tempo.

Secondo la leggenda, Santa Lucia, la martire cui è dedicata la sorgente e l'omonima grotta, preferì la morte anzi che venir meno al voto di castità offerto a S. Agata per ottenere la guarigione della madre. Avrebbe perciò respinto le richieste di chi voleva condurla a nozze e per questo rifiuto condannata a morte mediante tortura e mutilazioni. Secondo altra versione, molto diffusa in Abruzzo, si sarebbe strappata gli occhi per dimostrare la forza della sua rinuncia alle cose terrene. Il suo culto ebbe grande diffusione e sovente nella iconografia viene rappresentata con un piatto contenente i due occhi. Spesso le cappelle o edicole sacre edificate in suo onore venivano sistemate vicino a sorgenti perenni o a polle sorgive medicamentose.

Era consuetudine da parte dei contadini e pastori farindolesi non solo di recarsi alla fonte - come fanno ancora adesso, anche se con meno frequenza - il giorno della festa della martire per poter eseguire le abluzioni rituali agli occhi, ma anche di conservare a scopo protettivo l'acqua raccolta il 13 dicembre, ricorrenza della data della morte della Taumaturga.

Ma l’acqua con la sua irruenza oltre a far girare come si è detto, i mulini per macinare il grano e le biade per gli animali, opportu­namente incanalata serviva pure per irrigare i campi e, soprattut­to per macerare il lino entro cavità all’ uopo allestite. Questa fibra veniva, in un recente passato, ampiamente coltivata e lavorata a Farindola, con arte e tecnologie ancestrali.

Ma quando inizia questa lavorazione? Forse ai primordi. Non sappiamo con precisione. Forse quando i Longobardi si insediarono in loco, nella "Farinola", "piccola Fara", come la denomina il Razzi, già nel XVI sec. (toponimi con base "fara" gruppo familiare di origine barbarica; famiglia, schiatta longobardica, sono molto diffusi in Abruzzo: Fara (Gambatessa

- Ch), Fara Vecchia (Torre de' Passeri - Pe), Leofara (Te), Fara Filiorum Petri (Ch), Faraone (Te), Valla Fara (Te), ecc. Ora il lino non si semina più, né si lavora e neppure si allestiscono i bei tessuti lavorati a mano. Alcuni giovani farindolesi, tuttavia, orga­nizzarono nell'ambito dell'Associazione Ecologista Lega per l'Ambiente, nell'agosto del 1988 una mostra della Civiltà Conta­dina e della lavorazione del lino a Farindola.

Questi ragazzi - scrivevo allora in un articolo pubblicato su " Il Nuovo Mondo" (A. L., n. 8,1988, p. 7) dal titolo Il Lino e la Storia- armati di buona volontà e fervore, obbediscono, forse senza saperlo, ad una fondamentale esigenza metodologica della moderna scienza antropologica: ossia il non potersi affidare una storia scientifica della subalternità, senza avere sottomano, concretamente, gli oggetti, il sacrificio umano, narrato (...) da attrezzi, concreti, testimoni della visione del mondo dei loro utenti.

Spero tanto che la mostra abbia avuto il suo giusto seguito (come auspicavo allora) perché è sempre più impellente il bisogno di recupero delle radici e della nostra identità, che vanno pauro­samente naufragando nel mare dell'indifferenza e della disumanizzazione della società attuale. E, fatto marginale, ma non secondario, si potrebbe ricondurre la Vitella d'oro, bella concreazione stalattitica di colore giallo-oro, nella sua sede na­turale - dove il Padreterno con millenni di pazienza ebbe a modellarla- invece di stare ora ad abbellire una moderna abitazione terrena?

Che dire, infine delle ben 39 fontane che infiorano il territorio di Farindola. Tutte fontane naturalmente indipendenti l'una dall'al­tra, con specifica risorgiva proveniente dal sovrastante Campo Imperatore, innevato per buona parte dell'anno, e tutte denomi­nate con idronimi riecheggianti chissà quali atteggiamenti umani, forse non ancora perduti nella notte dei secoli: la fonde de lu galle, la fonde ranne, la fonde maròcche, la fonde carrire……. 

 Prof Giuseppe Di Domenicantonio

Comitato Scientifico Naz. Lega per l'Ambiente 


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