FARINDOLA ANGOLO NATURALE DEL GRAN SASSO D'ITALIA
GEOLOGIA
DELLA RISERVA NATURALE DEL VOLTIGNO – VALLE D’ANGRI
La
Riserva Naturale del Voltigno - Valle d'Angri comprende il settore sud-orientale
del massiccio del Gran Sasso e precisamente il tratto in cui la catena da un
andamento WNW-ESE assume gradualmente una direzione N-S. Il paesaggio
geomorfologico dell'area, largamente determinato dalla sua struttura tettonica,
offre caratteri talora spettacolari e scenari di incomparabile bellezza. Si
possono distinguere due settori principali: il primo, a settentrione, è
costituito dal versante orientale della dorsale montuosa M. S . Vito (q. 1892) -
M. Guardiola (q. 1808) - Ripa Rossa (q. 1670), il quale, delimitato a Sud dal
profondo e grandioso Vallone d'Angora, degrada con tratti talora decisamente
aspri verso l'alta Valle del F. Tavo; il secondo, a meridione, è caratterizzato
dalla presenza della estesa dorsale montuosa M. Capo di Serre (q. 1771) - M.
Meta (q. 1784) - M. Cappucciata (q. 1801) a SW, dalla suggestiva depressione
tettonica interna di V. Voltigno nella parte centrale della Riserva, e da
rilievi minori (M. Fiore, M. Morrone) sul margine orientale. L'area della
Riserva Naturale di Voltigno - Valle d'Angri, come d'altronde tutta la catena
del Gran Sasso, è costituita da rocce sedimentarie stratificate di natura quasi
esclusivamente carbonatica (dolomie, calcari dolomitici, calcari e frana
finissima o grossolana, calcari biodetritici con abbondanti frammenti di
macrofossili, calcari marnosi, conglomerati marini, ecc.) di età compresa tra
il Trias superiore (220 milioni di anni fa) ed il Miocene superiore (6 milioni
di anni or sono). Si tratta di una successione stratigrafica di circa 3000 metri
di spessore (questi 3000 metri di rocce non affiorano naturalmente tutti in
un'unica area, ma in ogni vallone, in ogni versante, affiora solo uno
"spezzone" di questa successione di strati) che costituisce una specie
di gigantesco "libro", le cui pagine, cioè gli strati, ci parlano del
susseguirsi nel tempo (dai 220 ai 6 milioni di anni fa appunto), nell'attuale
area della Riserva, di svariati ambienti marini: da quello di acqua bassa con
lagune, piane tidali, scogliere coralline, come l'attuale arcipelago delle
Bahama (testimoniato dalle dolomie e dai calcari affioranti nell'area della
dorsale M. Capo di Serre - M. Meta - M. Cappucciata), a quello di mare profondo
(come indicano tutti i calcari detritici e marnosi affioranti nell'area M. S.
Vito - M. Guardiola e ben visibili lungo la strada che da Rigopiano sale a Vado
di Sole), a quello infine di tipo neritico-litorale. L'assetto tettonico
dell'area, caratterizzato da estese monoclinali (successione di strati
immergenti nella stessa direzione con uguale pendenza), pieghe e faglie
(fratture nella roccia con scorrimento relativo delle due parti a contatto),
testimonia invece il secondo momento della storia geologica dell'area che inizia
a partire dal Miocene superiore, poco più di 6 milioni di anni fa, e ci parla
del sollevamento dei sedimenti fino alle attuali quote (orogenesi appenninica) e
di deformazioni con pieghe, faglie e fratture dei vari strati rocciosi, mentre
l’attuale aspetto morfologico è il risultato dei processi erosivi degli
ultimi 2 milioni di anni.
E’
importante sottolineare il notevolissimo valore scientifico di quest’area
dove, secondo numerosi ricercatori, esiste la principale chiave di lettura
geologica di tutto il massiccio del Gran Sasso. È per esempio presente una
formazione rocciosa costituita da strati e banchi di conglomerati di origine
marina di circa 6 milioni di anni fa, conosciuti in letteratura come
"Conglomerati di Rigopiano" ed affioranti quasi esclusivamente
nell'area della Riserva, notevolmente importante per il particolare significato
paleoambientale e soprattutto tettonico. Tanto per fare un esempio, lungo
l'alta Valle del F. Tavo (Gole di Fonno), molto evidente è la "discordanza
angolare" fra gli strati suborizzontali dei "Conglomerati di
Rigopiano" ed i sottostanti strati subverticali dei calcari cretacei. Ciò
testimonia inequivocabilmente un primo sollevamento e piegamento dell'area
verificatosi prima della deposizione dei conglomerati, i quali essendo a loro
volta piegati e fagliati, testimoniano una seconda fase tettonica successiva
alla loro formazione. Per quanto riguarda l'attuale aspetto morfologico,
l'azione demolitrice e modellatrice degli agenti atmosferici ha dato origine,
a seconda della natura litologica e dell'assetto tettonico delle formazioni
rocciose, a tutta una serie di morfologie (versanti ripidi a tratti
strapiombati, vallecole, canaloni stretti e ripidi, torrioni, valli aspre e
dirupate, profondi canyons, ecc.) tipiche dell'ambiente calcareo - dolomitico
alpino. La configurazione morfologica del paesaggio risente inoltre del
modellamento imposto dai processi di dissoluzione carsica delle rocce calcaree.
Fra le tipiche morfologie carsiche superficiali le forme più diffuse sono
rappresentate da doline di varie forme e dimensioni (area del Rifugio Ricotta,
ecc.), da "campi solcati" (solchi che intagliano i calcari formatisi
per dissoluzione del carbonato di calcio da parte dell'acqua che scorre sulla
superficie rocciosa) riconoscibili per esempio a M. Guardiola ed a Rigopiano,
e da depressioni carsiche chiuse a fondo piatto di dimensioni variabili e con
forma generalmente allungata secondo la direzione dei sistemi di faglie ad
andamento appenninico (NW - SE). Abbastanza frequenti sono anche le forme
carsiche sotterranee quali: l'Abisso Rigopiano, l'Abisso Inferno e la Grotta
del Lupo a Rigopiano; la Grotta dell'Eremita (M. Guardiola); l'Abisso di Valle
Caterina. Il reticolo idrografico (cioè le linee di deflusso delle acque di
scorrimento superficiale) è rappresentato quasi esclusivamente dal F. Tavo, la
cui portata in questi ultimi anni è diminuita notevolmente fino a ridursi
praticamente a zero durante le stagioni più siccitose. Nelle zone più elevate
della Riserva, lo scorrimento delle acque all'interno dei valloni, dei fossi e
della fitta rete di incisioni e depressioni, è un evento raro e localizzato,
osservabile solo in occasione di intense e prolungate precipitazioni
atmosferiche. Le acque metoriche e di fusione delle nevi penetrano infatti
facilmente nelle rocce calcaree fessurate e carsificate e vanno ad alimentare le
falde idriche profonde che a loro volta alimentano le numerose emergenze idriche
presenti nella zona della Riserva, come le sorgenti della Valle d'Angri e della
Vitella d'Oro.
Dott. Leo
Adamoli - Geologo, Comitato Scient. Naz.
Lega per l'Ambiente
LA VEGETAZIONE
La
notevole estensione altitudinale del territorio di Farindola (si va dai 280 m.
circa sul solco del Tavo fino ai 1892 m della vetta di M. S. Vito), la
morfologia articolata, aspra e tormentata, soprattutto nella fascia montana, e
la millenaria presenza dell'uomo, hanno favorito l'affermazione di una
copertura vegetale che, come in un grandioso mosaico, è frammentata in un
eccezionale campionario di tipi. E così pascoli, boschi, popolamenti igrofili,
praterie carsiche, consorzi rupicoli e di forra, si avvicendano a campi,
vigneti, prati, aree "marginali", componendo uno dei più bei
paesaggi della montagna abruzzese. In effetti questo territorio riassume i
motivi fondamentali della tipica vegetazione appenninica, oltre a possedere
peculiarità vegetazionali che lo rendono originale ed ancor più interessante.
Non potendo descrivere analiticamente le varie forme di vegetazione presenti,
prenderemo in considerazione, brevemente, gli aspetti più caratterizzanti,
con particolare riguardo alle forme più mature e stabili, riportando, nel
contempo, le specie più significative dal punto di vista fitogeografico. Fino
ad una quota di 800-900 metri la vegetazione forestale, molto frammentata, è
costituita da boschi con prevalenza di querce caducifoglie, tra le quali domina
nettamente la roverella (Quercus pubescens), a volte accompagnata dal
cerro (Ouercus cerris). Il bosco misto di querce, che un tempo ammantava
in modo quasi continuo la fascia collinare e submontana, è oggi frammentato in
nuclei poco estesi insediati nelle aree non utilizzate dall'agricoltura (zone a
forte pendenza, fossi, ecc.). Si tratta quasi sempre di boschi cedui, il cui
sottobosco è molto luminoso e quindi favorevole allo sviluppo di un folto
strato erbaceo nel quale prevale il falasco (Brachypodium rupestre). Sui
versanti più freschi, particolarmente su substrati calcarei, il bosco è
dominato dal carpino nero (Ostrya carpinifolia), al quale, in situazioni
di maggiore mesofilia, come negli impluvi, si mescola il carpino bianco (Carpinus
betulus). Altri alberi presenti nei querceti misti sono l'orniello (Fraxinus
Ornus), l'acero oppio (Acer campestre), la rovere (Ouercus petraea),
il sorbo comune (Sorbus domestica), l'acero opalo (Acer obtusatum).
Nelle profonde incisioni del Tavo (Vallone d'Angri, solchi contigui e valli
confluenti), in stazioni rupicole, sono accantonati nuclei di leccio (Ouercus
ilex) e altre piante termofile, che sottolineano con la loro presenza le
particolari condizioni microclimatiche delle rupi calcaree, favorevoli alla
penetrazione di comunità mediterranee in zone termicamente adatte. Quello dei
valloni è un ambiente spettacolare: ai popolamenti rupicoli fanno da cornice,
lungo i fianchi meno scoscesi, le boscaglie di roverella, aceri, frassini, olmi,
tigli, carpini, maggiociondoli, noccioli. Frequentissimi sono, qui, i
cornioli, generosi, alla fine dell'estate, di freschi e dissetanti frutti. Ed i
primi nuclei di faggio assumono man mano, salendo di quota, la fisionomia di
vera e propria faggeta. Lungo il solco del Tavo e dei fossi confluenti si
affermano le tipiche comunità igrofile caratterizzate da salici e pioppi:
salice bianco (Salix alba), rosso (S purpurea), ripaiolo (S eleagnos),
appenninico (S. apennina), pioppo bianco (Populus alba) e nero
(P nigra). Il bosco di faggio (Fagus sylvatica), che chiude la
zonazione altitudinale della vegetazione forestale, è contrassegnato, alle
quote inferiori, da aspetti di faggeta mista con diverse specie accompagnatrici
come gli aceri, il cerro, i carpini, il maggiociondolo; in alcune zone sono
presenti anche il tasso (Taxus baccata), il tiglio (Tilia platyphyllos),
l'acero riccio (Acer platanoides). Più in alto, verso i 1400 metri,
il faggio, con l'accentuarsi di un clima fresco-umido, diventa il dominatore
incontrastato. Ai margini del bosco è frequente la velenosa belladonna (Atropa
belladonna) e nelle radure vegetano qua e là vistosissime colonie di peonie
(Paeonia officinalis), mentre in molte località, come a Rigopiano,
sempre a primavera, si susseguono le esuberanti fioriture dell'anemone gialla (Anemone
ranunculoides). Un particolare cenno merita la conca carsica della Val
Voltigno, ai limiti del territorio. Il fondo di questo piano carsico, cosparso
di doline e uvale, è occupato da varie associazioni erbacee, come i pascoli
acidofili a nardo (Nardus stricta) e, nelle depressioni con ristagni di
acqua, gli aggruppamenti igrofili con brasche (Potamogeton natans), giunchine
(Eleocharis palustris), ranuncoli acquatici (Ranunculus trichophyllis).
Tra le entità di maggiore interesse presenti nei pascoli del Voltigno
ricordiamo l'euforbia abruzzese (Euphorbia gasparrinii subsp. samnitica)
ed il ranuncolo della Marsica (Ranunculus marsicus), endemiche
dell'Abruzzo. Al di sopra della vegetazione arborea sono insediate forme
residuali di vegetazione ed arbusti prostrati, il cui rappresentante più
diffuso è il ginepro nano (Juniperus nana). Oltre il limite della
vegetazione legnosa è il regno delle praterie culminali, vere e incontrastate
protagoniste della vita vegetale dell'alta montagna. In questo difficile
ambiente i forti venti, le basse temperature, le notevoli escursioni termiche
giornaliere, il lungo innevamento e le intense radiazioni solari permettono,
attraverso una severa selezione, solo ad alcune comunità vegetali molto
specializzate di affermarsi. Tra le forme di vegetazione erbacea di altitudine
ricordiamo il seslerieto, pascolo discontinuo dal tipico aspetto gradinato, che
si insedia sui versanti con suolo superficiale, poco evoluto e ricco di
scheletro e che è dominato fisionomicamente da una Graminacea, Sesleria
tenuifolia. Un pascolo molto evoluto e chiuso, relativamente poco diffuso,
è il festuceto-luzuleto, dei suoli più profondi, caratterizzato dalla
festuca a resta lunga (Festuca macrathera), dall'erba lucciola d'Italia (Luzula
italica) e dai trifoglio di Thal (Trifolium thalii). Altri ambienti
di altitudine di grande interesse botanico sono i macereti ed i ghiaioni, con
molte forme di vegetazione pioniera caratterizzate dalla festuca appenninica (Festuca
dimorpha), dalla dripide comune (Drypis spinosa), dal caglio della
Maiella (Galium magellense), dal ciombolino abruzzese (Cymbalaria
pallida), ecc. La maggior parte delle piante di questi ambienti sono rare e,
di grande interesse fitogeografico: endemismi, relitti glaciali, specie al
limite dei loro areali di distribuzione. Elencarle tutte sarebbe troppo lungo e
perciò, a solo titolo di esempio, ricordiamo di esse solo il genepì
appenninico (Artemisia eriantha), endemico centro-appenninico, la stella
alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale), endemica appenninico -
illorica, l'arenaria di Bertoloni (Arenaria bertolonii), endemica
appenninica, la malcolmia di Orsini (Malcolmia orsiniana), orofita
appenninico - dinarica, la genziana appenninica (Gentiana dinarica), distribuita
sulle montagne sud-est europee, il glasto di Allioni (lsatis allionii,), subendemica
del Piemonte e dell'Appennino centrale.
Pro
f. Gian franco Pirone
IL
PATRIMONIO FAUNISTICO
Nell'esteso
territorio del comune di Farindola si riscontra una notevole diversità di
ambienti, tra i quali i più rappresentativi sono quelli coltivati, fluviali, di
boschi ed arbusteti termofili, di rupe, di pascoli di quota e forestali. Ciò è
il presupposto per una diversificazione dalla componente faunistica, nonostante
una parte del territorio, la corrispondente area montana del Gran Sasso, risulti
faunisticamente penalizzata dalle vicende economiche ed ecologiche che si sono
susseguite negli ultimi 100 anni. Spostandosi dall'abitato, che offre rifugio
agli animali coinquilini dell'uomo (Rondoni, Balestrucci, Piccioni e Taccole)
verso le zone coltivate ricavate dal bosco, è possibile incontrare ancora
specie legate agli ambiti umani (Barbagianni, Assiolo, Civetta, Storno, Passero
solitario, Averla piccola, Upupa, Gazza, Colombaccio, Tortora, Rigogolo,
Gheppio, Fama, Donnola, Volpe, Riccio, Biacco) o quelle più in relazione ai
boschi residui di Roverella del piano collinare, come il Cuculo, il Picchio
verde, la Ghiandaia, il Rampichino, il Riccio, i ghiridi Ghiro, Moscardino e
Quercino, il Tasso, la Lepre.
Man
mano che ci si allontana dalle aree antropizzate si incontrano anche specie
piuttosto rare o comunque d'interesse naturalistico. Lungo i corsi d'acqua
popolati dalla Trota autoctona vivono la Ballerina bianca e quella gialla, la
Biscia dal collare, il Picchio rosso maggiore, mentre Paridi, Silvidi e
Fringillidi popolano la vegetazione arborea ripariale ed i boschi contigui. Sul
Tavo, a monte degli insediamenti umani, vive e nidifica il Merlo acquaiolo, raro
Cinclide indicatore di un ambiente fluviale piuttosto integro; fino a 15-20 anni
fa vi viveva ancora la Lontra. In pozze laterali al fiume è stato trovato il
Tritone crestato o la più comune Rana greca.
L'ambiente
forestale è rappresentato da una larga fascia di Faggeta in formazione quasi
pura, che si estende dal confine comunale con Arsita al Vado di Focina, in cui
troviamo specie meno comuni, come l'Astore, la Martora, il Gatto selvatico o i
più frequenti Allocco, Picchio muratore, Sparviero, Poiana, Scoiattolo,
Salamandra pezzata e il Cinghiale, in verità ubiquitario tra la foresta montana
e i boschi dell'alta collina.
Alcuni
esemplari di Lupo da qualche anno fanno la loro fugace comparsa, mentre
segnalazioni molto sporadiche ma degne di nota sono quelle riguardanti l'Orso
bruno marsicano e il Capriolo. Nella gestione della Riserva Naturale
"Voltigno - Val d'Angri" un'attenzione particolare dovrà essere posta
alla possibilità di interventi che mirino alla stabilizzazione di individui del
plantigrado che eventualmente si spingessero fin dentro l'area della Riserva ed
alla reintroduzione dei Cervidi (Cervo e Capriolo) per ristabilire un anello
della catena alimentare, quella dei grandi erbivori, che offriranno al lupo le
prede sufficienti per distoglierlo dall'attenzione per le greggi.
Ma
forse è l’ambiente rupestre (Vallone d’Angora, Sassonia, la Rocchetta)
quello che offre le presenze piu di pregio dell'intero territorio comunale,
annoverando tra esse l'Aquila reale, il Falco pellegrino, il Gufo reale, il
Picchio muraiolo, il Gracchio corallino, la Rondine montana, il Rondone alpino,
il Piccione selvatico e la Vipera comune, solo per elencare i più
rappresentativi di questo ambiente.
Al novero
di queste presenze, ed alla varietà degli ambienti sopra ricordati, si
aggiungono quelle degli ambienti di quota (pascoli e rocce nude) dove possiamo
trovare il Culbianco, lo Spioncello, la Coturnice -nelle zone più basse-,
mentre in vetta (M.te S. Vito, M.te Guardiola) si incontrano il Fringuello
alpino, il Sordone, l'Arvicola delle nevi, la Vipera dell'Orsini.
Questi
pascoli fino a 100 anni fa erano frequentati dal Camoscio, molto verosimilmente
della stessa subspecie che oggi vive sui monti marsicani nel Parco Nazionale
d'Abruzzo. Non si potrebbe fare un miglior auspicio che quello di vedere che nel
prossimo decennio la gestione della Riserva possa attuare innanzittutto la
reintroduzione di questo rupicaprino oltre a quello dei grandi Accipitridi (Gipeto-Capovaccaio)
che il Lopez dava presente sul Gran Sasso tra il 1700 ed il 1800, per potersi
affacciare, alle porte del terzo millennio, definitivamente riconciliati con la
Natura.
Dott.
Dario Febbo
L’ACQUA
"Alli
XV di luglio 1575 andai con un compagno a una Terretta cinque miglia lontane a
Penna, detta Farinola, posta alle radici di altissime montagne, in un alto
colle, sotto di cui corre gelidissimo il fiume Tavo, poco lontano dalle proprie
fonti". Così padre Serafino Razzi, sacerdote domenicano, diarista e grande
viaggiatore introduce, nella seconda metà del XVI secolo, il suo viaggio a Farinola
(oggi Farindola), colpito, a primo acchitto, dalla gran copia di gelide
acque.
Ma la
prepotente presenza delle acque è testimoniata nella zona anche da un
impressionante numero di idronimi, ossia nomi di località legati all'acqua o a
fenomeni carsici in genere, come: Li Pisciarille, Le Cascatèlle, Fonte
Creta, Fonte del Gallo, Fonte del Mulino, Fonte di Santa Lucia, La Cascata della
Vitella d'Oro, la salita della Vitella d'Oro (strada di Farindola), le grotte di
Santa Lucia, il mortaio d'Angri, "La Paiaricce", ecc. E, forse
non a caso, l'acqua fresca e pura, cui è legata tutta la vita proto-storica,
storica, agro-pastorale, mitica e rituale della zona, insieme col suggestivo
paesaggio, hanno contribuito a far dichiarare la zona circostante Riserva
Naturale Regionale.
Infatti
all'acqua le plebi locali si rivolgevano fiduciose. Da essa traevano la forza
motrice per azionare gli innumerevoli mulini idraulici disseminati un po’
dovunque lungo i corsi d'acqua. E alle acque salutari della Fonte di Santa Lucia
ricorrevano le genti colpite da disturbi agli occhi, causati evidentemente
spesso dal continuo riverbero delle nevi che qui allignano per parecchio tempo.
Secondo la
leggenda, Santa Lucia, la martire cui è dedicata la sorgente e l'omonima
grotta, preferì la morte anzi che venir meno al voto di castità offerto a S.
Agata per ottenere la guarigione della madre. Avrebbe perciò respinto le
richieste di chi voleva condurla a nozze e per questo rifiuto condannata a morte
mediante tortura e mutilazioni. Secondo altra versione, molto diffusa in
Abruzzo, si sarebbe strappata gli occhi per dimostrare la forza della sua
rinuncia alle cose terrene. Il suo culto ebbe grande diffusione e sovente nella
iconografia viene rappresentata con un piatto contenente i due occhi. Spesso le
cappelle o edicole sacre edificate in suo onore venivano sistemate vicino a
sorgenti perenni o a polle sorgive medicamentose.
Era
consuetudine da parte dei contadini e pastori farindolesi non solo di recarsi
alla fonte - come fanno ancora adesso, anche se con meno frequenza - il giorno
della festa della martire per poter eseguire le abluzioni rituali agli occhi, ma
anche di conservare a scopo protettivo l'acqua raccolta il 13 dicembre,
ricorrenza della data della morte della Taumaturga.
Ma
l’acqua con la sua irruenza oltre a far girare come si è detto, i mulini per
macinare il grano e le biade per gli animali, opportunamente incanalata
serviva pure per irrigare i campi e, soprattutto per macerare il lino entro
cavità all’ uopo allestite. Questa fibra veniva, in un recente passato,
ampiamente coltivata e lavorata a Farindola, con arte e tecnologie ancestrali.
Ma quando
inizia questa lavorazione? Forse ai primordi. Non sappiamo con precisione. Forse
quando i Longobardi si insediarono in loco, nella "Farinola",
"piccola Fara", come la denomina il Razzi, già nel XVI sec. (toponimi
con base "fara" gruppo familiare di origine barbarica; famiglia,
schiatta longobardica, sono molto diffusi in Abruzzo: Fara (Gambatessa
- Ch), Fara
Vecchia (Torre de' Passeri - Pe), Leofara (Te), Fara Filiorum Petri (Ch),
Faraone (Te), Valla Fara (Te), ecc. Ora il lino non si semina più, né si
lavora e neppure si allestiscono i bei tessuti lavorati a mano. Alcuni giovani
farindolesi, tuttavia, organizzarono nell'ambito dell'Associazione Ecologista
Lega per l'Ambiente, nell'agosto del 1988 una mostra della Civiltà Contadina
e della lavorazione del lino a Farindola.
Questi
ragazzi - scrivevo allora in un articolo pubblicato su " Il Nuovo
Mondo" (A. L., n. 8,1988, p. 7) dal titolo Il Lino e la Storia- armati di
buona volontà e fervore, obbediscono, forse senza saperlo, ad una fondamentale
esigenza metodologica della moderna scienza antropologica: ossia il non potersi
affidare una storia scientifica della subalternità, senza avere sottomano,
concretamente, gli oggetti, il sacrificio umano, narrato (...) da attrezzi,
concreti, testimoni della visione del mondo dei loro utenti.
Spero tanto
che la mostra abbia avuto il suo giusto seguito (come auspicavo allora) perché
è sempre più impellente il bisogno di recupero delle radici e della nostra
identità, che vanno paurosamente naufragando nel mare dell'indifferenza e
della disumanizzazione della società attuale. E, fatto marginale, ma non
secondario, si potrebbe ricondurre la Vitella d'oro, bella concreazione
stalattitica di colore giallo-oro, nella sua sede naturale - dove il
Padreterno con millenni di pazienza ebbe a modellarla- invece di stare ora ad
abbellire una moderna abitazione terrena?
Che dire,
infine delle ben 39 fontane che infiorano il territorio di Farindola. Tutte
fontane naturalmente indipendenti l'una dall'altra, con specifica risorgiva
proveniente dal sovrastante Campo Imperatore, innevato per buona parte
dell'anno, e tutte denominate con idronimi riecheggianti chissà quali
atteggiamenti umani, forse non ancora perduti nella notte dei secoli: la
fonde de lu galle, la fonde ranne, la fonde maròcche, la fonde carrire…….
Prof
Giuseppe Di Domenicantonio
Comitato
Scientifico Naz. Lega per l'Ambiente
© 2002 ADACOM SRL - PESCARA