ORIGINI E STORIA DEL CAMOSCIO D'ABRUZZO (Eugenio di zenobio)

(Tratto da “Abruzzo N.a.i.f.” anno II num.7)


Origini. La probabile zona di origine della tribù dei Rupicaprini è una zona montuosa ad ove­st della catena himalayana, da qui anche le specie del genere Rupicapra (i camosci veri e propri) si sono dif­fusi verso est e verso ovest, raggiungendo rispettiva­mente il continente nord americano attraverso l'istmo di Bering e dall'altra parte, l'Europa. Purtroppo a cau­sa dell'ambiente montano ed accidentato, nonché delle particolari condizioni climatiche, disponiamo di pochi reperti fossili relativi ai Camosci. Nonostante l'esiguità dei reperti paleontologici, è stato possibile elaborare una teoria sulle origini e diffusioni dei camosci. Il camoscio più antico sarebbe Rupicapra pyrenaica (che comprende il Camoscio d'Abruzzo) comparso in Europa durante le glaciazioni del Riss (circa 250.000-150.000 anni fa) o anche prima. Nel successivo perio­do interglaciale Riss-Wurm, l'innalzarsi della tempe­ratura avrebbe spinto questo camoscio a rifugiarsi sui massicci montuosi all'interno del suo areale. Nello stesso tempo in una zona montuosa dell'Europa nord­orientale o dell'Asia minore, si sarebbe differenziata la specie rupicapra (Camoscio Alpino), meglio adattata ai climi freddi.

Con l'arrivo delle glaciazioni del Wurm (80.000-12.000 anni fa) questo animale si sarebbe spostato ver­so l'Europa centrale, colonizzando quei territori da cui si era ritirata la specie Rupicapra pyrenaica. Questo avrebbe causato l'interruzione dell'areale di R. pyrenai­ca a livello dell'Appennino settentrionale e delle Alpi occidentali, con il conseguente isolamento dei camosci spagnoli da quelli appenninici, dando inizio al proces­so di formazione delle varie sottospecie. In Italia l'antica linea di separazione tra Camoscio Alpino e Camoscio d'Abruzzo, coincide con le odierne Alpi Apuane. Cli studi effettuati dal prof. Lovari sulle differenze comportamentali tra le due specie nel perio­do riproduttivo, sembrano portare a questa conclusio­ne: e cioè che queste differenze abbiano agito da bar­riere precopula impedendo la formazione di ibridi nel­le zone marginali dei due areali.

Pag.43.jpg (72450 byte)Storia. "E il detto monte non è più lontano dal Corno dei quindici o sedeci, dove le Camosse vanno a fare il loro figliuoli quando se sentano gravide, vanno e saltano in questa Pietra. La quale gira appres­so un miglio intorno, dove sono stirpi e alcuni arbori, dove li Camossi piccoli si salvano; ancora li vecchi quando sono cacciati, e quando sono grandi saltano in su il Monte Corno per andare alle Pasture, overo che il freddo e le nievi grande che li cadano li cazzano fuori da detto monte, e se ritirano ad altri monti vicini dove sono boschi".

Queste frasi in antico italiano sono di Francesco De Marchi, ingegnere militare bolognese, che nel '500 compì la prima ascensione documentata sul Gran Sas­so. Questi scritti del De Marchi (a cui si devono anche alcune informazioni sull'ecologia ed etologia dell'ani­male) costituiscono una delle prime testimonianze sto­riche della presenza del Camoscio d'Abruzzo sul mas­siccio del Gran Sasso e in generale nell'Appennino cen­trale. A queste ne seguirono altre fino al XIX secolo, tut­te relative alla montagna più alta dell'Appennino. Nel corso dell'Ottocento il Camoscio d'Abruzzo era pre­sente sicuramente sul Gran Sasso e sui monti dell'attuale Parco Nazionale d'Abruzzo. Alcune labili testi­monianze lasciano supporre che l'animale, in un passa­to recente, vivesse anche sui Monti Sibillini e sul mas­siccio della Majella. Nel 1839 lo zoologo Costa nella sua "Fauna del Regno di Napoli", scriveva che l'ani­male era fortemente diminuito sul Gran Sasso. L'ulti­mo Camoscio del massiccio fu ucciso sul Monte San Vito in territorio di Farindola nell'anno 1892; ad inizio secolo sopravviveva un solo gruppo sui monti del Par­co Nazionale d'Abruzzo, che nel 1913 contava non più di 30 esemplari. Quella del Camoscio d'Abruzzo è una storia trava­gliata, sofferta, fatta di stragi e sconfitte, che ha però un lieto fine. Negli anni passati ha conosciuto una perse­cuzione spietata da parte dell'uomo, infatti, la caccia e il bracconaggio furono i principali fattori responsabili della sua rarefazione. Quando era diffuso sul Gran Sas­so, l'animale era molto cacciato in quanto costituiva una risorsa per le popolazioni locali. Per esempio, soprattutto nel paese di Assergi -come ci racconta il De Marchi- era cacciato per le pelli e le carni, dapprima con metodi rudimentali poi, con l'avvento delle armi da fuoco, in maniera sempre più efficace e distruttiva por­tandolo alla totale scomparsa alla fine del XIX secolo. Stessa persecuzione ebbero i Camosci della Val di Rose, che però riuscirono a salvarsi dall'estinzione tra­mite l'azione della Riserva Reale di Caccia prima, e l'i­stituzione dell'Ente Parco Nazionale d'Abruzzo poi (1922). Con la Riserva Reale di Caccia l'animale ebbe vita abbastanza tranquilla grazie all'insostituibile ope­ra delle Guardie Reali che controllavano costantemen­te il territorio impedendo ai bracconieri di cacciare l'ambito trofeo del Camoscio d'Abruzzo. Questo fino all'esistenza della Riserva, che poi ebbe problemi eco­nomici per gli alti costi di manutenzione e di sorve­glianza, ma soprattutto per i continui esborsi volti a indennizzare i danni provocati dall'orso marsicano al bestiame domestico, o per erogare premi agli abbatti-tori di "specie nocive" (come si sosteneva allora). Esborsi enormemente gonfiati, frutto di inganni e manipolazioni. Poi nell'intervallo che va dall'abolizio­ne della Riserva Reale (31 Dicembre 1912) all'istituzio­ne dell'Ente Parco, ci fu una drammatica riduzione numerica della popolazione. Il bellissimo e raro anima­le era ormai alle soglie dell'estinzione. La caccia cruen­ta aveva seriamente minacciato la sopravvivenza della specie, come risulta da questo scritto del botanico Lino Vaccari del 1941: "La seconda Riserva Reale di Cac­cia.. .ebbe termine con il 31 Dicembre 1912. Da allora l'orso e tutti gli altri animali della zona (camoscio, capriolo, istrice, ecc.) furono abbandonati al loro destino che, fin dall'inizio, si palesò veramente tragico. Basti dire che il giorno successivo, e precisamente il l° Gennaio 19l3, uno stuolo di sedici cacciatori, prove­nienti dalla Marsica, ma anche dalla città di Roma e di Napoli, e armati di fucili perfezionatissimi, abbattè niente meno che quindici camosci sui 40-45 che ancora esistevano, e numerosi orsi, senza contare molti altri animali". Questo drammatico racconto testimonia la dura realtà che subì il Camoscio in quegli anni, il cui destino era stato lasciato alla mercè degli abitanti della zona e del senso di responsabilità (davvero poco!) degli ambienti venatori.

In seguito alla spietata pratica della caccia nei con­fronti del bellissimo animale, il re Vittorio Emanuele emanò nello stesso anno (1913) uno speciale Decreto in forza del quale veniva fatto divieto, con severe pene, di uccidere o catturare il Camoscio d'Abruzzo che, come recitava la proposta del Ministro dell'Agricoltura dell'epoca, "in una ristretta zona dei monti abruzzesi vive... e, a quanto la scienza afferma, non si trova in nessun altro luogo". Alla strage di Camosci, la prima reazione venne dafl'esterno: lo zoologo Alessandro Ghigi e il botanico Romualdo Pirotta lanciarono i primi disperati appelli, denunciando la drammatica situazio­ne in cui versava la popolazione di Camosci di "Costa Camosciara" che, dapprima scomparsi sul Gran Sasso e sulla Majella, si stavano ormai estinguendo anche sui monti marsicani. Questi accorati appelli per fortuna trovarono ascolto nella parte più evoluta della società locale, soprattutto nell'ingegner Erminio Sipari che, con l'aiuto di amici naturalisti, iniziò una vera e pro­pria battaglia che portò alla creazione e all'istituzione dell'Ente Parco Nazionale d'Abruzzo. Ce n'era biso­gno: si pensi che dall'abolizione della Riserva Reale alla creazione del Parco, in un mese vennero ammaz­zati 20 camosci! Solo con l'istituzione del Parco Nazio­nale si iniziò una vera e propria campagna di protezio­ne e salvaguardia nei confronti del raro animale, così come nei confronti delle altre specie (primo fra tutti l'orso marsicano), anche se, dopo la II guerra mondia­le, il bracconaggio incontrollato aveva riportato il camoscio a livelli molto bassi: sembra che se ne contas­sero non più di 30-40 esemplari! Nonostante le difficoltà, fatte di ostacoli politici, burocratici, venatori ed interessi di parte, l'Ente Parco è riuscito a portare avanti con grande caparbietà importantissimi progetti di salvaguardia e di conserva­zione. Soprattutto negli anni '70, la tenacia e la compe­tenza della Direzione del Parco hanno portato a grandi risultati nel campo della conservazione e protezione della biodiversità. Il progetto di conservazione del Camoscio d'Abruzzo ne è un esempio.

Infatti nel 1974 venne creato -per iniziativa della Direzione del Parco- il Gruppo Camoscio Italia con il comune scopo di contribuire alla conservazione e dif­fusione del Camoscio d'Abruzzo e del Camoscio Alpi­no. Ne fecero parte una quindicina di membri tra esperti e specialisti, oltre a studiosi e simpatizzanti di questo magnifico animale. L'obiettivo del Gruppo (sor­to presso il Centro Studi Ecologici Appenninici del Par­co Nazionale d'Abruzzo) fu quello di condurre e pro­muovere ricerche scientifiche volte a chiarire la posi­zione sistematica, le abitudini e ogni altro aspetto bio­logico dell'ungulato. Soprattutto si approfondi lo stu­dio sul raro Camoscio d'Abruzzo, sulla sua reintrodu­zione nel suo primitivo areale, e si contribuì alla miglior conoscenza presso il pubblico, sia per motivi promozionali che di gestione faunistica. Fu così che nel 1980 venne creata la prima storica area faunistica a Bisegna, nel cuore del Parco. Qui ven­nero allevati 4 esemplari, uno dei quali il famoso Camoscio che nell'Ottobre del 1980 si era rifugiato su un balcone di una casa di Civitella Alfedena perché inseguito da un branco di lupi dalla vicina Val Di Rose. Due anni dopo nella stessa area faunistica, nacque il primo camoscetto in cattività, seguito da altre nascite. Fu un evento storico, che segna l'inizio del ritorno del prezioso ungulato sulle nostre montagne, dove tornerà a ripopolare quei territori ingiustamente perduti. Dopo quella di Bisegna, sorgeranno altre aree faunistiche, a conferma del successo che sta ottenendo l'Operazione Camoscio. Siamo ormai alla storia recente e alle positi­ve reintroduzioni della specie sulla Majella e sul Gran Sasso.

Pag.41 Aut. P.N.M..jpg (80111 byte)Il ritorno del Camoscio sulla Majella e sul Gran Sasso.

L'Operazione Camoscio -concepita nel 1978- era ormai in piena fase di svolgimento: la popolazione del simpatico animale stava lentamente aumentando e negli anni '80 arrivò, per la prima volta, a contare 400-450 individui. Un successo! Gli sforzi e gli studi di ricercatori, ambientalisti e di quanti avevano caparbia­mente creduto nell'Operazione, stavano dando i loro frutti. Si riuscì così a rivitalizzare la popolazione dei camosci del Parco Nazionale d'Abruzzo, costituendo un nucleo di animali prospero e sano. Gli studi del Gruppo Camoscio Italia avevano accertato che la popolazione era...incredibilmente sana! Incredibile, perché la densità era di circa 38 individui per chilome­tro quadro!

Una popolazione sana, così numerosa, in aree così ristrette, era sorprendente per gli stessi studiosi; proba­bilmente ciò era determinato dalla presenza di un pre­datore naturale come il lupo che tendeva a eliminare gli individui malati.

Ma proprio questi elementi, stavano introducendo fattori di rischio. Infatti la densità troppo elevata in ter­ritori così ristretti -com'erano quelli del Parco d'Abruz­zo- poteva rappresentare una minaccia seria per la sopravvivenza dell'intera popolazione. Inoltre  i Camosci d'Abruzzo presentano una bassa diversità genetica in quanto tutti discendenti di pochissimi indi­vidui. L'alta densità e l'elevata consanguineità costitui­scono un serio problema per la sopravvivenza di una popolazione animale costituita peraltro da poche centi­naia di individui.

Proprio per questi motivi, è nata l'esigenza di allar­gare il più possibile l'areale (territorio in cui può esse­re rinvenuta una specie animale o vegetale) del Camo­scio d'Abruzzo per aumentarne la probabilità di sopravvivenza. Creare, quindi, nuovi nuclei riprodutti­vi al di fuori del Parco Nazionale d'Abruzzo, in grado di divenire potenziali serbatoi in caso di eventuali cala­mità o epidemie che dovessero colpire la popolazione originaria.

Ed è così che nel 1985 il Parco d'Abruzzo, che ha sti­molato con il WWF la creazione di una Riserva Natu­rale a Fara San Martino sulla Majella, vi progetta la reintroduzione del Camoscio, grazie anche al Club Alpino Italiano, forte di un lascito ereditario destinato alla fauna dei Parchi Nazionali. Dopo vari tentativi fal­liti per problemi burocratici e la mancanza di territori adeguatamente protetti, finalmente nel 1990 nasce sul­la Majella l'Oasi WWF di Lama dei Peligni e Civitella Messer Raimondo, che va ad affiancarsi al territorio protetto della vicina Fara San Martino, e viene realiz­zata l'area faunistica che ospiterà il primo nucleo di camosci. Finalmente il Camoscio d'Abruzzo è ritorna­to sulla Majella!

Al ritorno dei Camosci sulla Majella, fa seguito quello sul Gran Sasso grazie alla realizzazione delle aree faunistiche di Farindola e di Pietracamela. Nel 1992 a Farindola, sul versante pescarese del Gran Sas­so, viene costruita un'area faunistica dove vengono collocati nello stesso anno 3 camosci. Dopo 100 anni dalla scomparsa dell'ultimo camoscio sul Gran Sasso, ucciso sul Monte San Vito in territorio farindolese nel 1892, finalmente il bellissimo anima­le fa il suo ritorno anche su questa montagna che fu il suo regno incontrastato. E il fatto che il ritorno sul Gran Sasso inizi proprio da Farindola, significa aver fatto giustizia dopo anni di persecuzione in cui il Camoscio del Gran Sasso si è venuto a trovare, fino alla sua scomparsa. Un gesto di riconciliazione con la Natura.

L'area Faunistica di Farindola, è stata fortemente voluta dall'ammini­strazione comunale e da tutti i farin­dolesi. Per la sua realizzazione hanno partecipato centinaia di volontari (soci della Legambiente, del CAI, del­la cooperativa CIEFIZOM e da singoli cittadini di Farindola), lavorando spesso in condizioni atmosferiche avverse. Il tutto con grande passione e con il desiderio di rivedere presto il Camoscio sul Gran Sasso. L’area faunistica è stata possibile solo per la grande determinazione e operosità dimostrata da tutti i farindolesi.

Il 19 Luglio 1992 è avvenuta la liberazione dei primi animali all'interno dell'area, ed è stato un evento. Tanto che l'amministrazione comunale ha intitolato una via del centro storico "Via del Ritorno del Camoscio d'Abruzzo"!

Proprio l'entusiasmo che ha suscitato il ritorno del Camoscio nel Comune di Farindola e la grande volontà dimostrata dalla cittadinan­za per il suo ritorno, ha spinto l'Ente Parco Nazionale Gran Sasso-Laga a scegliere Farindola come sede di un Centro Direzionale del Parco. Ubicata al centro del paese, la struttura è stata inaugurata l’11 novembre 2000 e funge da Polo Scientifico e da Centro Servizi. Comprende l'Osservatorio Geologico, strutture per lo studio e la ricerca e un museo dedicato al Camoscio d'A­bruzzo (in fase di allestimento). Sicu­ramente una grande potenzialità per il Parco e per lo sviluppo turistico di Farindola.

 Situata nei pressi della cascata del Vitello d'Oro e all'ingresso della Val d'Angri, l'Area Faunistica di Farin­dola ha un'estensione di circa 3 ettari ed uno sviluppo perimetrale di 1.100 metri. Il recin­to ha un'altezza fuori terra di 2,5 metri ed in prossi­mità di picchi rocciosi raggiunge i 5 metri. Queste cifre rendono idea della mole di lavoro occorsa per la realizzazione dell'area, tenendo conto che la recin­zione si sviluppa non su un pianoro, ma su un bastione calcareo (com'è quello di La Rocchetta) con forti pendenze e pareti scoscese. L'area attualmente è gestita dall' Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga che la sta trasformando in un cen­tro modello per l'allevamento e lo studio in semili­bertà del camoscio, giustamente scelto come simbo­lo di questa grande ed importante area protetta.


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