
La Riserva Naturale di Voltigno e Valle d'Angri
(Ph Fernando Di Fabrizio) |
L'uomo, sin da quando iniziò ad abitare nelle terre medie ed alte del Gran Sasso d'Italia, ha lasciato evidenti tracce, attraverso i manufatti litici, del suo modo di operare e rapportarsi con l'ambiente.
Di questa presenza antica dell'uomo ha parlato a lungo il noto paleontologo umano Prof. Antonio Mario Radmilli, Presidente dell'Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche, in seguito alle ricerche effettuate alle pendici del Monte Bertona e nei territori di Farindola e Penne (vedi quaderno n. 1 "La Storia del Gran Sasso d'Italia prima dei Romani", Edizioni Coop. CIEFIZOM, Farindola 1992).
Dagli studi del Radmilli si può dedurre con certezza che gli antichi progenitori delle genti del Gran Sasso frequentarono più assiduamente le valli del Tavo, del Nora, del Fino e del torrente Gallero, rispetto alle altre valli del massiccio.
Per parlare di comunità umane stanziali alle pendici della nostra montagna dobbiamo giungere all'organizzazione dei Vestini, un popolo che controllava oltre i tre quarti del Gran Sasso prima dell'arrivo dei Romani, vale a dire oltre 2.300 anni fa.
Penne, città dei Vestini, aggregava a sé tutte le genti pastorali della montagna e da ciò si può dedurre che i territori di Farindola, Montebello di Bertona, Villa Celiera, Arsita e Castel del Monte erano quelli più frequentati e sottomessi alla pastorizia.
Con la colonizzazione romana le foreste basali al di sotto dei 500-800 metri sul livello del mare, vale a dire i querceti e i carpineti, subiscono una riduzione notevole a spese della coltivazione di cereali e dell'allevamento di animali stanziali.
Dopo il crollo del sistema economico-politico romano dobbiamo attendere l'arrivo dei Longobardi per ritrovare forme organizzate. Infatti l'origine dell'attuale nome di Farindola testimonia il controllo della alta valle del Tavo da parte di questa stirpe nordica. E così ai tipi bruni di origine italica e romana, si aggiungono tipi biondi con gli occhi azzurri.
Farindola, come del resto tutti gli altri centri montani del massiccio, si riorganizza nella fisionomia urbanistica attuale a partire dal 1.000 d.C. attraverso l'incremento organizzato della pastorizia transumante. Il legame stretto con le terre di Puglia per lo svernamento delle pecore è testimoniato dal culto cristiano a San Nicola di Bari attuale protettore di Farindola dopo 1.000 anni!
Da questi intrecci di sangue e di culture scaturiscono uomini e donne forti nel carattere, nei muscoli e liberi nello spirito per il contatto genuino con la natura alpestre e in particolare con le aurore, i tramonti, le praterie fiorite primaverili, i silenzi degli inverni nevosi, il rapporto sacrale con le acque copiose delle sorgenti e con le misteriose grotte.
Le storie orali dell'Alto Tavo ci parlano di genti del 1.400 d.C. capaci di lottare con gli orsi e recarsi a piedi a L'Aquila e tornare a Farindola in una giornata. Pastori capaci di trasportare un quintale di cereali sulle spalle per oltre 5 ore su ripidi sentieri. Uomini e donne coraggiosi e attaccati alla propria montagna. Personalmente ho conosciuto negli anni '70 un pastore alto m 1,90, saggio, capace di sollevare 3 quintali di grano.
Nella seconda metà del secolo, Farindola diventa punto di riferimento del Gran Sasso d'Italia per le battaglie in difesa della propria montagna. Negli anni '60 i pastori impediscono una colata di cemento nella conca carsica di Rigopiano. Nel 1973 viene fondata una Sezione C.A.I. con lo scopo di tutelare tutti gli spetti peculiari della montagna. Nello stesso anno il C.A.I. di Farindola lancia la proposta di fare del Gran Sasso d'Italia un Parco Nazionale!
Nel 1976 parte a Farindola la proposta di istituire una Riserva Naturale per la tutela del Piano Voltigno e della Valle d'Angri, proposta fatta propria da altre Associazioni ambientaliste e accolta dalla Regione Abruzzo nel 1989.
Nel 1980 viene aperto a Farindola un Circolo della Lega per l'Ambiente, il primo in Abruzzo, che insieme al C.A.I. e al WWF si batterà in favore dell'istituzione del Parco Nazionale della montagna più alta e bella dell'Appennino.
Nel 1984, grazie all'impegno della Lega per l'Ambiente di Farindola il Consiglio d'Europa impedisce una colata di cemento nella piana di Voltigno e una strada nel cuore della foresta di Valle Caterina.
Il 29 luglio 1992, dopo un secolo, tornano sulla montagna farindolese i primi tre camosci provenienti dal Parco Nazionale d'Abruzzo, un atto di riparazione dopo l'uccisione dell'ultimo esemplare nel 1892 sul Monte San Vito da parte dei cacciatori della pianura.
Oggi le genti del Gran Sasso possiedono, con l'istituzione nel 1991 del Parco Nazionale, la carta del riscatto sociale e culturale dopo un secolo di emigrazioni verso terre d'America, del Centro Europa e del Nord Italia.
Rivolgo un invito a chi, dopo aver consultato questa guida, si accinge a visitare il territorio di Farindola: quando conoscerai i boschi, le praterie di altitudine, le grotte, le fioriture primaverili, le sorgenti, gli animali, rivolgi un pensiero affettuoso alla gente del posto che ha conservato questo patrimonio verde anche per te, per la gioia del tuo spirito.
Quando contemplerai la pineta artificiale dell'acquedotto di Valle d'Angri sappi che negli anni '30 vi lavorarono, per la messa a dimora delle piantine di pino nero, gli adolescenti farindolesi e che alle ragazze quattordicenni della frazione Macchie fu riservato il ruolo faticoso del trasporto delle pietre sul loro capo.
Quando incontrerai la donna e l'uomo del monte abbi rispetto per loro: tu sei ospite, non conosci ancora il territorio e quindi sii disposto all'ascolto e all'osservazione. Sappi che la gente del monte è semplice nel vestire, naturale nei comportamenti, ricca in saggezza e memoria storica dei propri luoghi. |