VOLTIGNO E VALLE D’ANGRI
(tratto da “Abruzzo, Guida
ai Parchi e Riserve Naturali”, Carsa edizioni)
Nel
settembre del 1989 è stata istituita la Riserva Naturale più estesa d'Abruzzo,
quella del Voltigno e Valle d'Angri, di circa 5000 ettari. Pur prendendo il
nome dai due biotopi più rappresentativi dell'area, la Riserva abbraccia
quasi tutto il versante orientale della catena del Gran Sasso, includendo i
territori di 8 comuni delle province di Pescara e L'Aquila. I
due biotopi segnano anche morfologicamente la Riserva in quanto rappresentano
la maggior parte della sua estensione; la Valle d'Angri, solcata dal fiume Tavo,
si estende per circa 7 chilometri parallelamente al versante orientale del Gran
Sasso, presentando un'estesa ed ininterrotta faggeta nel suo versante sinistro,
mentre nella sua destra orografica è delimitata da rilievi con vasti ambienti
rupicoli, con caratteri più caldi. Il
piano del Voltigno è una stupenda conca montana di origine carsica, come
rivelano gli inghiottitoi e le doline presenti, che allo scioglimento delle
nevi assume un aspetto particolare, con la formazione di piccoli laghi; le acque
del
maggiore di questi, il Lago Sfondo, sono risucchiate da un largo inghiottitoio.
La piana si presenta verdeggiante di pascoli e contornata interamente dalla
faggeta, in un insieme di grande effetto paesaggistico. Per
la sua cospicua estensione nella Riserva si riscontrano molte delle specie
animali e vegetali che popolano il Parco del Gran Sasso-Laga, al cui interno
essa ricade interamente. Innanzitutto, l'intera fascia di faggeta, dal confine
teramano al valico di Forca di Penne, rientra nel suo ambito, con vasti settori
di altofusto incantevoli, che nei pressi del Vallone d'Angora presentano dei
tassi plurisecolari. Nella faggeta si trovano anche diverse specie di fiori,
come gigli rossi e martagoni, anemoni e la Belladonna; in radure illuminate
troviamo le peonie e numerose specie di orchidee; basse macchie scure nel
bosco ci fanno individuare arbusti ed alberelli di Agrifoglio dalle foglie
spinose. Scendendo di quota troviamo, mescolati tra i faggi, aceri di monte ed
anche aceri ricci, sorbi montani, maggiociondoli, noccioli,
tigli e carpini. Risalendo il
Vallone d'Angri, sulle rupi vediamo abbarbicati numerosi lecci, che punteggiano
di macchie scure le chiare rocce calcaree, mentre tutt'intorno, fuori della
faggeta, il bosco si fa più misto, presentando cerri, roverelle, carpini neri e
bianchi, aceri campestri, aceri minori e opali, frassini e sorbi; in alcuni
settori nei comuni di Villa S. Lucia e Ofena la penetrazione di specie
mediterranee è evidente in interessanti popolamenti di Bosso. Una varietà
floristica,
quindi, assolutamente non comune. In larga parte anche l'aspetto faunistico è
una buona summa della fauna dell'intero Parco. Nella molteplicità di ambienti
presenti, da quello del corso d'acqua a quello delle rupi, dalle praterie di
quota alla vegetazione mediterranea, dalla faggeta al bosco misto sottostante,
si sono insediate molte delle specie proprie di questi ambienti, spesso rare e
comunque naturalisticamente rilevanti. Per primo citiamo il Camoscio d'Abruzzo,
che da pochi anni è tornato a vivere su questo versante del Gran Sasso per
effetto di reintroduzioni operate a cominciare dal 1992. Attualmente i circa
25 camosci liberi sul Gran Sasso sono divisi in diversi nuclei, uno dei quali più
volte si è spinto sui pascoli dei Monti S. Vito e Guardiola, all'interno della
Riserva. Una presenza, questa, che da sola giustificherebbe la tutela
dell'area. Anche
il Lupo è tornato a vivere stabilmente nelle foreste della Riserva, qualche
volta spingendosi a valle a predare pecore al pascolo, come più volte rilevato
dai naturalisti; quando avrà erbivori da predare, come cervi e caprioli,
sicuramente allenterà la "presa" sugli animali domestici. Al riguardo
è certamente importante da segnalare la presenza di piccoli nuclei di
Capriolo, di cui più volte sono stati avvistati singoli individui,
probabilmente
provenienti da reintroduzioni operate nella non lontana Majella. Con
interventi mirati la popolazione di erbivori selvatici potrebbe essere
accresciuta,
anche con la reintroduzione del Cervo, per fornire al Lupo le sue prede
naturali. Diverse
segnalazioni e qualche avvistamento diretto ci danno per certa la presenza
dell'Orso bruno marsicano che, anche se in forma sporadica, è tornato a
visitare i territori che fino a 100 anni fa lo vedevano ancora presente, pur
se in numero estremamente ridotto.
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